2005
dodicesima edizione
Bertinoro – Forlì
30 settembre – 3 ottobre
Come sappiamo ci sono due modalità del fare…..
La poiesis è un fare che produce qualcosa e si realizza solo nell’oggetto prodotto; la praxis, da cui viene il termine “prassi”, è un fare che non si misura per la cosa prodotta, cioè non si misura per l’opera ma si misura in se stesso.
è un esercizio e non più un produrre. Il problema che tu sollevi tra ricerca e produzione è il problema del rapporto fra queste due dimensioni del fare.
Cioè tra un fare che ha il suo fine in se stesso e quindi non ha tempo e non ha opera perché non deve produrre opere, non lo ha come scopo.
Se produce opere le produce come scarti, dovendo necessariamente sottostare
a quei ritmi e a quei criteri di efficacia che sono i criteri dell’efficacia poietica,
cioè del fare produttivo, ma è evidente per il ricercatore che non è l’opera lo scopo del suo fare. L’opera è in qualche modo quello che si dona, che si concede al mondo circostante perché il mondo circostante dà la legge di quel fare, che è il fare produttivo. Questa distinzione tra le due modalità del fare, poiesis e praxis, è fondamentale per capire cos’è la ricerca e per capire anche l’impossibilità strutturale che ci sia, se non attraverso questa logica di scarto,
un incontro tra ricerca e mondo della produzione. Questo porta a riformulare l’altra questione che tu ponevi, in questi termini: che tipo di comunità si costituisce su un fare poietico e che tipo di comunità si costituisce su un fare praxico? Quindi laddove quello che conta è l’esercizio, la praxis, che tipo di comunità si può costituire? Io rispondo: la comunità che ha un legame sociale
da rinegoziare ogni giorno e mai definito istituzionalmente. È un problema enorme che ha attraversato tutto il novecento: la possibilità di una comunità costituita al di fuori della dimensione dell’opera. Un caso esemplare è il collegio di sociologia e la ricerca fatta in tutti gli anni trenta da Bataille intorno alla possibilità di una comunità che non si misura più con il tempo della produzione, che non ha bisogno di rispettare il principio della scadenza, dell’efficacia.
Una comunità che si costituisce nell’istante e che quindi in ogni istante è sempre a rischio di essere perduta. La comunità che viene, se c’è, è una comunità di questa natura. Certamente faccio fatica ad incrociare queste due modalità del fare e credo che se certi teatri incrociano il mondo della grande produzione sarà sempre per un equivoco.
– Rocco Ronchi
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