2006

tredicesima edizione

Forlì

14-17 settembre

Ho incontrato il cinema di Béla Tarr quasi per caso. Un attore della compagnia, iscritto ad un corso di storia del cinema presso l’università di Firenze, mi aveva parlato di un’opera, Sátántangó, di un certo regista ungherese Béla Tarr, dalla durata quasi impensata, un film di sette ore e mezzo.

Molti anni addietro, nella primavera del 1994, fummo invitati al Myfest di Glasgow e in quell’occasione godemmo dell’opportunità di vedere proiettata, passo uno, per una durata di ventiquattro ore in continuo, su schermo gigante all’interno di uno dei vecchi depositi del Tramway Theatre, l’opera di Hitchcock, Psycho. Fotogramma dopo fotogramma. Quell’esperienza aveva lasciato un segno profondo al punto che ogni qual volta si ripresentava la questione del tempo dell’accadere, non potevo fare a meno di pensare ad essa.

Non aspettai che la preziosa cassetta VHS mi fosse recapitata; scaricai dal web in tre notti una versione di Sátántangó, di bassa definizione, in quattro parti di circa 70 minuti ciascuna. Alle cinque del mattino ne avevo terminato la visione. Con la testa in subbuglio, ma con le idee chiare. Pensavo al teatro e guardavo il cinema. Pensavo con desiderio rabbioso alle possibilità che il cinematografo si offre: il primo piano e il paesaggio. E nel cinema di Béla Tarr piani sequenza di figure in movimento riprese costantemente in primo piano si alternano a piani sequenza di paesaggi infiniti, dove il tempo dell’accadere è il tempo dell’essere, dell’esserci. Furiosamente cercai tutto quello che potevo trovare di quel regista. Vennero alla luce così le sue collaborazioni con lo scrittore Krasznahorkai e poi le altre opere di Bela Tarr stesso, Perdizione(1987), Le armonie di Werckmeister(2000); scritti critici illuminanti di Angelo Signorelli e Paolo Vecchi. Vorrei fare mie le interrogazioni che pone Péter Esterházy: “…dunque il mio problema non è che il film dura sette ore e mezzo, ovvero perché non duri 8, 9, 10, 11, 12, 13 ore? Io dunque pongo sul serio la domanda: perché finisce questo film? … E poi …Perché una sequenza dura proprio quindici minuti, perché non dura…ma quanto? Quant’è realmente? Come nella vita? Ma in quale realtà, in quale vita?”.

Ecco alcune riflessioni critiche di Paolo Vecchi “…Tarr conduce lo spettatore nel labirinto delle proprie ossessioni, in una sorta di mise en abîme che è insieme enunciazione filosofica e perorazione stilistica, saggio lucido e disperato scritto con fluidi e avvolgenti piano-sequenza scanditi dall’indefinibile “minimalismo magiaro” della partitura di Myhály Vig, in un’avventura in cui il tempo sembra sospendersi, assecondando i ritmi onirici della visione. Esemplare tour de force stilistico, Sátántangó si propone fin da ora come oggetto altro e minaccioso, gesto d’avanguardia intangibile … nella sua rifinita, necessaria integralità, sberleffo orgoglioso e consapevole a quanti, facitori e fruitori, poggiano pigramente sulle certezze della standardizzazione e del mercato.”
– Lorenzo Bazzocchi

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Habillé d’eau
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Atto libero. Conversazioni sull’esperienza della libertà
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Namoro

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Esperienza poetica ed esperienza della libertà
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Introduzione a Béla Tarr
Béla Tarr
Le Armonie di Werckmeister
Satantango, Perdizione
(proiezioni)